Una nuova stagione di confronto pubblico

Il referendum si è concluso con una prevalenza dei “no” in quasi tutte le regioni italiane: il “si” ha prevalso, anche se di poco, in Lombardia e Veneto. Al di là del risultato, gli italiani che si sono recati alle urne con una percentuale superiore al 50 per cento – anche questo un dato certamente significativo – hanno manifestato un preciso messaggio che la politica non può non raccogliere: le riforme, soprattutto quelle che incidono in modo profondo ed esteso sulla nostra Carta Costituzionale devono essere il frutto di larghe intese tra le forze che governano il paese e l’opposizione. Questo voto, d’altro canto, dev’essere sottratto alla logica bipolare degli schieramenti e non deve caricarsi di valenze politiche improprie: ieri invitando a non usare l’arma referendaria come una forma di “rivincita” da parte dell’opposizione, oggi invitando a non leggere questo risultato come un’ulteriore conferma degli esiti delle politiche dello scorso aprile.

Occorre piuttosto non interrompere il dibattito sulle riforme costituzionali, ricominciare a tessere il filo degli aggiornamenti possibili con un metodo diverso, che sia il frutto della più ampia convergenza fra i diversi schieramenti politici e di un diffuso coinvolgimento della società civile. Ci sono temi che trovano auspicabilmente una convergenza ampia, come la riduzione del numero dei senatori e deputati, e temi, come il principio di sussidiarietà, che devono essere riproposti con forza; o cresce l’intero paese, oppure è tutto il popolo italiano che paga un prezzo alto in termini di servizi e di sviluppo.

Per l’Azione Cattolica Italiana il voto referendario, dunque, non interrompe, ma, al contrario, rilancia, la necessità di una nuova, grande stagione di confronto e dibattito pubblico, che riporti al centro della politica il principio supremo del bene comune, capace di leggere le diversità come ricchezza e non come ostacolo alla crescita della convivenza civile. È il momento di lasciare da parte i personalismi, e di riscoprire proprio nella prima parte della Costituzione quei valori e quel metodo, soprattutto, che hanno permesso all’Italia di uscire dalla guerra e di ricostruire un paese nella democrazia e nella libertà. Lo chiede la nostra vocazione europeista; lo chiede quel 53,6 per cento di italiani che si sono recati a votare e che, con una libera scelta democratica, hanno riconosciuto in un principio di concorde convergenza politica il presupposto irrinunciabile di ogni riforma costituzionale.

di Luigi Alici

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