Dicembre 5th, 2005

Segni dei tempi

Lunedì, Dicembre 5th, 2005 at 11:13 am

Il Concilio si era aperto sei mesi prima, con una solenne cerimonia e un discorso nel quale papa Giovanni XXIII prendeva le distanze dai cosiddetti «profeti di sventura» che «annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del mondo». È l’11 aprile del 1963, quando l’umanità intera conosce l’enciclica forse più famosa e citata di Roncalli, la Pacem in terris, scoprendo quei tre fenomeni che caratterizzano l’epoca moderna: l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica e la trasformazione della famiglia umana, non più popoli dominatori e popoli dominanti, ma comunità politiche indipendenti. Segni dei tempi, li chiamava Giovanni XXIII.

È nei momenti più difficili della storia che la Chiesa fa un passo avanti, anche quando la politica, le ideologie e la società non percepiscono il cambiamento. Il Concilio Ecumenico Vaticano II visse così la sua stagione iniziale, una boccata d’ossigeno in mezzo a tanta aria rarefatta. Il Papa aveva evidenziato una Chiesa che preferiva «far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità», nel rispetto della verità e nell’attenzione alla dignità della persona umana. Coglieva, appunto, i “segni dei tempi” il Papa che aveva scritto a Kennedy e Krusciov nel momento più difficile dei rapporti tra le due superpotenze; che aveva contribuito a scongiurare un possibile conflitto mondiale per i missili a Cuba.

Coglieva i “segni dei tempi”, Roncalli, quando capì che la Chiesa doveva aprirsi al mondo e il mondo alla Chiesa; quando, ancora, disse: «La violenza inflitta altrui, la potenza delle armi, il predominio politico non giovano affatto per una felice soluzione dei gravi
problemi» che travagliano le società.

A quarant’anni dalla conclusione del Vaticano II, ricordiamo in queste pagine il Concilio. Il Concilio della profezia, della «fede che ama la terra», per dirla con Rahner. Proviamo a tracciarne una piccola storia, a iscriverlo negli accadimenti odierni. Proviamo cioè a coglierne “i segni” nel nostro tempo, per proseguire una lettura e una riflessione che non si fermi alla superficie delle cose ma vada in profondità, cogliendo le novità e legando vecchio e nuovo in un itinerario che è crescita condivisa. Scriveva ancora papa Giovanni nella Pacem in terris:

«Quando, infatti, negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».

Sta a noi oggi cogliere doveri e diritti e coniugarli con un quotidiano fatto di attese, speranze, sofferenze, gioie e paure. «Il Concilio è come una sorgente, dalla quale scaturisce un fiume», affermava Paolo VI, «la sorgente può essere lontana, la corrente del fiume ci segue (…). Il Concilio non ci obbliga tanto a guardare indietro, all’atto della sua celebrazione; ma ci obbliga a guardare all’eredità
che esso ci ha lasciata, e che è presente e durerà per l’avvenire» È con questo spirito che l’Azione Cattolica ha sempre guardato e guarda ancora oggi al Concilio. Il 7 e 8 dicembre, a Roma, inaugura infatti un evento-mostra in cui il Concilio è memoria e profezia. Sta a noi, dunque, cogliere quelle novità e quei cambiamenti e tradurli nel concreto dell’oggi. Ed essere anche noi un modesto segno nel mondo.

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by Redazione